DSC00353Affrontiamo la questione dell’intento.
Devo ammettere che non è affatto facile ma, essendo centrale a tutto ciò che i guerrieri fanno e con cui si confrontano, è inevitabile cercare di dare almeno una suggestione riguardo il lato attivo dell’infinito. Comincerò dicendo che è impossibile parlare dell’intento, cioè è impossibile darne una definizione o comunque stabilirne la sostanza attraverso l’uso delle parole. Il perché è semplice: l’intento è pura azione, concepisce solo l’azione consapevole; il pensiero e il linguaggio non sono strumenti adatti. Il modo migliore per trasmettere la percezione dell’intento è per mezzo del movimento in parallelo; partendo dal vero silenzio interno. Dunque non resta che girarci intorno offrendo diverse angolazioni e confidare nel fatto che una di esse accenda una speciale percezione in grado di portarci la comprensione del lato attivo dell’infinito. Non devi cercare di capire, ma lasciare che ti raggiunga una sensazione, un’intuizione fisica. In questo senso entra in gioco la stretta relazione esistente tra agguato e intento. L’agguato si basa sulla comprensione, su quel tipo di comprensione che è della stessa natura del comprendere che cosa sia l’intento. Questo tipo di lucidità permette che la comprensione tipica dell’agguato diventi azione come manifestazione dell’intento.

Prima di entrare nel vivo facciamo un po’ di storia; risulta sempre utile.
Gli antichi veggenti durante le loro attività di manipolazione della percezione si resero conto dell’esistenza di una forza che condiziona lo stato della realtà, una forza che agisce su tutto “facendo il mondo”. Impararono a entrare in relazione con questa forza e a “utilizzarla”.
Vi entrarono in relazione con i loro sistemi e con la loro modalità dell’attenzione, quindi in forma estremamente intricata e concentrando le possibilità che ne derivavano sulla loro immagine personale. Chiamarono questa possibilità “potere”, un nome perfettamente in linea col loro modo di conseguire la conoscenza e così convertirono la loro conoscenza in potere. Questo ebbe per loro conseguenze nefaste ma, sostanzialmente, tutto nacque da un errore di valutazione riguardo la natura di ciò con cui erano entrati in relazione.
I cicli successivi di guerrieri, che avevano modificato radicalmente la loro forma di approccio alla conoscenza, furono in grado di analizzare in modo assai più spassionato e lucido l’essenza di tale forza. Si resero quindi conto di relazionarsi con un aspetto dell’energia in grado di agire sull’energia stessa e di organizzarne i flussi. Lo chiamarono “lato attivo dell’infinito” o “volontà dell’infinito”.
Videro che tutte le configurazioni di qualunque allineamento energetico sono soggetti a tale forza, fino nei minimi dettagli, cioè che in effetti la volontà dell’infinito “fa il mondo” (o meglio i mondi) e lo rende attivo, agente, attraverso veri e propri “comandi”. In sostanza tutto è sottoposto ai comandi del lato attivo dell’infinito, anche io ora mentre scrivo, anche tu che stai leggendo. Questo aspetto dell’energia sostiene la realtà, il luogo in cui ti trovi ora per esempio. Sostiene la continuità dell’allineamento.

Quando i campi energetici si organizzano in un allineamento (cioè in un universo), l’allineamento stesso genera una qualità dell’energia che è appunto la volontà dell’infinito o intento. L’intento, continuamente generato dall’allineamento che si ripete, agisce su quel mondo organizzandolo, facendolo, mettendolo in atto.
Il lato attivo dell’infinito è impersonale, non soggetto ad influenza alcuna. Non è possibile chiedere favori per se stessi, né per altri. Insomma lo sguardo dell’infinito scorre in modo paritario e inflessibile sopra tutto ciò che esiste, si tratti di uomini, animali, piante o altro.
Tutti gli esseri viventi hanno però un canale energetico, un centro di potere, che li connette al lato attivo dell’infinito. Negli esseri umani, fisicamente, si trova nell’area dell’ombelico e viene chiamato dai Toltechi “volontà”. Non ha niente a che vedere con la volontà come la concepiamo comunemente; si chiama così solo perché è un canale per la volontà dell’infinito, attraverso cui riceviamo i comandi che si trasformano in intenzione e azione. I guerrieri scoprirono però che questo canale funziona nei due sensi: per ricevere oppure per inviare, purché ci si renda disponibili all’interazione con l’infinito stesso. Ovvero, quando entriamo in sincronia col lato attivo dell’infinito, questa capacità diventa “intento personale” e questa è la parte indescrivibile di tutta la faccenda.
Potrei dirti che si sta agendo col mondo o che si è nel tempo esatto dell’infinito, ma questo non significa nulla perché tale forza può solo essere sperimentata.

Nel momento in cui l’intento si rende disponibile noi siamo liberi, sebbene stiamo agendo su indicazione dell’intento stesso. I Toltechi chiamano questa disponibilità “intendere”.
Forse ora intuisci che non è l’intento a rendersi disponibile ma siamo noi stessi. E’ possibile relazionarsi con questa forza in ogni momento, rendendosi disponibili, essendo arrendevoli nei confronti dell’intento. Ciò cambierebbe la nostra vita per sempre, irrevocabilmente. Questo è il motivo fondamentale per cui noi continuiamo, in ogni istante dell’esistenza, a opporci e rifiutare le suggestioni dell’intento.
L’intento pone continue suggestioni di fronte a noi, così come fa con tutto ciò che è dotato di consapevolezza, noi però le rifiutiamo perché il nostro intendere è bloccato. Nasciamo con la capacità di intendere, appena nati disponiamo di “potere” su noi stessi e sul mondo e infatti usiamo questa capacità per intendere il mondo in cui viviamo, ma, questo stesso intendere, finisce per diventare così stabile e coercitivo da escludere ogni possibilità di cambiare, modificare, l’intento messo in atto. Questo è anche il motivo per cui i guerrieri danno un enorme valore al cambiamento e per cui l’agguato è così centrale e si relazione strettamente alla capacità di intendere. I motivi per cui non riusciamo più a sbloccare l’intento ordinario sono diversi, di alcuni abbiamo già parlato negli articoli precedenti, altri li affronteremo in seguito.
Restano aperte alcune strade, come il sognare, nel quale (a volte anche nel sogno ordinario) ricordiamo la nostra capacità magica. E’ però possibile ritrovare tale capacità in qualunque momento; in realtà basta decidere di volerlo fare.
La giusta sequenza liberatoria è: percepire l’intento come singola azione, espandere questa percezione all’intero stato della realtà, cogliere la corrispondenza tra azioni del mondo e disponibilità dell’intento (indicazioni), connettere tale corrispondenza con il proprio stato personale per mezzo di un’azione che comporti uno sforzo consapevole, infine agire nella linea dell’intento. Agire nella linea dell’intento significa compiere le azioni mentre si sta intendendo nello stesso tempo del lato attivo dell’infinito. In quel momento la volontà dell’infinito si trasforma in “intento”.

Ora provo quindi a darti un esercizio pratico per dare inizio a questa sequenza.
Devi utilizzare un elemento in movimento che si organizza dopo un iniziale stato di caos.
Può essere, per esempio, una voluta di fumo che si alza nell’aria ferma di una stanza (usa incensi, carboncini, anche una sigaretta), una serie di sassolini gettati nell’acqua immobile che producono cerchi che si intersecano o altro del genere. Nel caso del fumo vedrai che, dopo essere salito a caso si addenserà in strati in modi diversi secondo la situazione in cui ti trovi. Nel caso dei cerchi nell’acqua osservali scontrarsi tra loro e creare delle forme. Se fermi il dialogo interno, ti sposti sull’area della volontà e la proietti a includere l’evento nella sua interezza, nelle sue fondamenta, cogliendo ciò che sottende l’azione, il movimento, potresti avere la chiara sensazione che ci sia qualcosa, una forza, che sta di fatto costringendo la materia a quel comportamento specifico.
Non si tratta della forza di gravità o dei movimenti dell’aria. Anche questi sono soggetti all’intento, ne sono un effetto, devi includerli nella visione. Cerca di andare oltre, spingiti oltre usando l’area della volontà come centro di percezione, includi così ogni aspetto dell’azione. Se ci riesci, anche solo per un istante, afferrati a quella percezione e ampliala spalmandola, allargandola, a tutto l’ambiente in cui ti trovi. Quindi, mantenendoti in sincronia con l’intento, compi un’azione (anche interiore) che richiede uno sforzo consapevole, qualcosa che spezzi la tua ordinarietà, i tuoi cicli interni-esterni di abitudini. Qualcosa che fermi te stesso, per fermare il mondo.

Direi che, a questo punto hai già fatto un bel passo in avanti.

4 pensieri su “La disponibilità dell’intento

  1. Fabio dice:

    Voglio capire una cosa
    per accrescere esperienze di vita bisogna usare l’intento
    invece di andare in giro a fare agguati a destra e a manca mi chiudo in casa e faccio una singola azione per migliorare la mia esperienza
    ma l’intento cos’è? E’ un comando consapevole? Come posso capire se sto usando l’intento?

    • Marco Baston dice:

      L’intento è la forza che si sprigiona dall’allineamento. Domanda, hai letto La soglia dell’energia? Perché lì la questione dell’intento è spiegata molto bene. Ci sono 150 pagina (forse di più) sulla padronanza dell’intento

  2. Fabio dice:

    lo comprerò in autunno
    perchè in primavera avevo comprato un altro libro
    però io anni fa già riuscii a sfruttare il movimento parallelo del punto di unione senza avere nemmeno la più pallida idea di cosa stavo facendo
    ora non ci riesco più

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