Esiste una rete, anzi, una ragnatela in cui ogni essere umano si dibatte per tutta la vita; si chiama socialità e non lascia sopravvissuti.

L’agguato alla socialità è la più complessa e raffinata applicazione dell’agguato in genere e a se stessi in particolare. E’ il vero banco di prova per un guerriero che anela alla libertà, perciò è impossibile in questo spazio darne un quadro totalizzante e che ne faccia comprendere tutte le implicazioni. quindi mi limito a segnare i punti fondamentali, i punti guida.

Intanto si tratta dell’unica vera occasione per rendere di nuovo disponibile la nostra energia, per svincolarla dalle sue occupazioni ordinarie. Per farlo è indispensabile comprendere su cosa si fonda la struttura della socialità: la concentrazione su se stessi e l’indulgere, inteso in questo caso come indifferenza, disinteresse, pigrizia, ignavia, accettazione passiva dello stato di fatto.

I toltechi sostituiscono la centralità dell’ego con la connessione con l’infinito e l’indifferenza con la manovrabilità del punto di unione. Ogni interazione sociale, anche la più trascurabile, diventa l’ambito in cui dispiegare il meglio delle attività magiche, intese come padronanza dell’attenzione.

La prima cosa che un guerriero fa è lasciare liberi i propri simili, sospendendo il giudizio. Lo fa per essere libero lui stesso. Prendere parte alla catena del giudizio ha un costo elevatissimo: implica che noi stessi non possiamo essere liberi. Una volta compiuto questo atto rivoluzionario il guerriero può rivelare la simulazione sociale, abbandonare il suo personaggio e le sue preoccupazioni, per indossare la veste necessaria di volta in volta in relazione alla sua strategia. Così, infine, è possibile oltrepassare la frontiera del sentimento, quella tracciata dai sentimenti che ci contraddistinguono, che fanno da guardiani, impedendo lo sconfinamento in aree nuove, inesplorate. La rete sociale, per mezzo di un sistema di premi e punizioni legato alla concentrazione su se stessi, seleziona gli adatti guardiani con il nostro consenso. E’ a questo punto che possiamo liberare l’intento dagli impegni sociali che abbiamo preso nel corso della vita, vere e proprie linee di intento che hanno deciso “chi” siamo e cosa possiamo o non possiamo fare (io sono fatto così….). Questo atto è quello definitivo, ciò che determina la liberazione dell’attenzione e quindi dell’energia e dell’intendere impegnati nel sostentamento della nostra figura sociale.

La quale cosa richiede, come conseguenza, l’applicazione della follia controllata.

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